Il Campaniforme sull’Arco Alpino

L'emergere di ideologie "maschili"

Concludo una prefazione sull’età del Rame in generale e in particolare sull’arco alpino con un discorso riguardo alle testimonianze del Campaniforme.

Il caso di Monte Covolo (vedi l’articolo L’età del Rame sull’Arco Alpino) ci ha dato il metro di quelli che dovevano essere gli scambi allʼinizio dellʼetà del Rame e della loro portata geografica certo importante, eppure ridotta se paragonata a quanto avviene durante una fase più recente, occupata appunto dalle testimonianze della cultura campaniforme, dove non si può fare a meno di notare quanto venga a dilatarsi lʼampiezza dei territori che paiono comunicare e scambiare tra loro [Alessandro Guidi, 2000. Preistoria della complessità sociale. Bari: Editori Laterza]. Il pugnale tipico di questo periodo (il cosiddetto tipo Ciempozuelos [German Delibes de Castro, Manuel Fernàndez Miranda, Araceli Martìn Colliga, Fernando Molina, 1988. El Calcolitico en la Peninsula Iberica, in AA.VV., 1988. Rassegna di archeologia 7/1988. Congresso internazionale: Lʼetà del Rame in Europa. Viareggio 15/18 ottobre 1987. Firenze: Edizioni allʼinsegna del Giglio, pp. 255-282], il pugnale in rame con lingua da presa e lato prossimale convesso, di cui avrò modo di parlare più dettagliatamente in seguito) è presente in un areale vastissimo, dalla Spagna sino allʼEuropa centro orientale e, a nord, fino alla isole britanniche [Franco Nicolis, 2004. Il Campaniforme nel territorio posto a sud dello spartiacque alpino, in Franco Marzatico, Paul Gleischer, 2004 (a cura di). Guerrieri, principi ed eroi fra il Danubio e il Po dalla Preistoria allʼAlto Medioevo. Catalogo della mostra. Trento: Provincia autonoma di Trento, Castello del Buonconsiglio, Monumenti e Collezioni Provinciali, pp. 135-138].

Tuttavia, quello che avvenne in generale in Europa con lʼaffermarsi della cultura dei Vasi Campaniformi, non può comunque servire da modello anche per unʼanalisi dellʼarco alpino. Se pure in entrambi i casi si intensificarono i contatti fra zone molto lontane (il pugnaletto Ciempozuelos ce ne offre un esempio), mancano sullʼarco alpino molti degli elementi fondamentali della cultura campaniforme europea: le reti commerciali alpine risultano poco attive a fronte del dinamismo continentale [ibidem] e lʼincremento che si verifica su scala europea nella lavorazione dei metalli, quali lʼoro e il rame, non è confermato sullʼarco alpino. Anzi: i resti di manufatti metallici associati alle ceramiche campaniformi in questʼarea scarseggiano notevolmente [Richard J. Harrison, 1994. La cultura dei Vasi Campaniformi: 2600-1900 a.C., in Jean Guilaine, Salvatore Settis, 1994 (a cura di). Storia dʼEuropa. Torino: Einaudi, pp. 333-353]. In Europa, ad esempio, dallʼUngheria alla penisola iberica (alcuni esemplari sono attestati persino in Marocco), fino alle isole britanniche a nord, a partire dalla metà del III millennio a.C. il caratteristico bicchiere a campana (bell beaker), decorato ad impressione con motivi geometrici, è spesso accompagnato nei ritrovamenti da piccoli oggetti di rame lavorato e da quello che viene definito il kit dellʼarciere, formato da punte di freccia in selce, munite di barbigli e codoli, e dai cosiddetti brassards (le piastre salva-polso) [Alessandro Guidi, 2000. Preistoria della complessità sociale. Bari: Editori Laterza]. Sullʼarco alpino invece i brassards mancano, così come sono assenti altri reperti caratteristici della cultura dei Vasi Campaniformi, quali i bottoni con perforazione a «V». Essi in realtà compariranno solo in contesti successivi ascrivibili alla cultura di Polada [Alessandra Aspes, Giovanna Bermond Montanari, Leone Fasani, 1988. La cultura del Vaso Campaniforme in Italia settentrionale, in AA.VV., 1988. Rassegna di archeologia 7/1988. Congresso internazionale: Lʼetà del Rame in Europa. Viareggio 15/18 ottobre 1987. Firenze: Edizioni allʼinsegna del Giglio, pp. 418-422].

Per quanto riguarda le testimonianze dellʼindustria metallurgica possiamo citare il sito di Santa Cristina di Fiesse, dal quale proviene un pugnale di tipo Ciempozuelos e unʼascia piatta, reperti di cui si discuterà in seguito. Lo stesso tipo di ascia compare anche nellʼabitato di Colombare di Negrar (Verona), nella Palude Brabbia (Varese), a Bibbiano (Reggio Emilia) e nella Galleria Estense di Modena, anche se in questʼultimo caso si ignora purtroppo lʼoriginale luogo di ritrovamento. Allʼorizzonte campaniforme è poi attribuita anche la particolare alabarda rinvenuta in una tomba di Villafranca Veronese. E così come per il caso dei manufatti metallici, rare sono persino le testimonianze relative allʼindustria litica, rappresentata da elementi di falcetto, raschiatoi, grattatoi, semilune e soprattutto cuspidi di freccia peduncolate oppure a base rettilinea o concava [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

Sono invece ben più cospicue le attestazioni di ceramiche campaniformi, rintracciabili in tutta lʼItalia settentrionale e massimamente nella zona perialpina, con infiltrazioni nelle vallate delle Alpi. In ambito bresciano e nel mantovano numerosissimi sono i siti relativi ad abitati che hanno restituito resti di ceramiche campaniformi, mentre in ambito funerario le testimonianze in nostro possesso si limitano ai siti di Saint Martin de Corléans in Val dʼAosta, di Velturno in Trentino-Alto Adige e, ancora nel bresciano, dellʼappena citato Santa Cristina, di Caʼ di Marco e di Roccolo Bresciani [Alessandra Aspes, Giovanna Bermond Montanari, Leone Fasani, 1988. La cultura del Vaso Campaniforme in Italia settentrionale, in AA.VV., 1988. Rassegna di archeologia 7/1988. Congresso internazionale: Lʼetà del Rame in Europa. Viareggio 15/18 ottobre 1987. Firenze: Edizioni allʼinsegna del Giglio, pp. 418-422]. Anche in Svizzera, dal sito del Petit Chasseur [Alain Gallay, 1995a. La nécropole du Petit Chasseur à Sion et ses stèles: idéologie et contexte social, in Alain Gallay, 1995 (a cura di). Dans les Alpes, à lʼaube du metal: archéologie et bande dessinée. Sion: Musées cantonaux du Valais, pp. 103-112] e da quello della Gilliere [Dominique Baudais, Pierre-Yves Schmidt, 1995. Le site de Sion, La Gillière, in Alain Gallay, 1995 (a cura di). Dans les Alpes, à lʼaube du metal: archéologie et bande dessinée. Sion: Musées cantonaux du Valais, pp. 103-112], entrambi presso Sion, provengono resti di vasi campaniformi emersi in ambito funerario.

Ciò rappresenta unʼulteriore differenza fra quanto avviene sullʼarco alpino e quel che si può constatare generalmente in Europa: se per il territorio preso in esame in questo studio, alla luce delle testimonianze archeologiche finora note, la presenza di corredi campaniformi in ambiti funerari rappresenta poco più che unʼeccezione a fronte del gran numero di ritrovamenti in abitato, per il resto dellʼEuropa la tendenza pare invece muovere in altra direzione e i corredi di questo orizzonte sono per lo più attestati proprio allʼinterno di sepolture. Si risveglia anzi lʼinteresse per i monumenti megalitici più antichi, che vengono spesso violati o comunque sfruttati per fare posto alle sepolture di questo periodo, un fenomeno riscontrabile per i complessi di Avebury o Stonehenge [Richard J. Harrison, 1994. La cultura dei Vasi Campaniformi: 2600-1900 a.C., in Jean Guilaine, Salvatore Settis, 1994 (a cura di). Storia dʼEuropa. Torino: Einaudi, pp. 333-353].

Per molto tempo gli studiosi, per spiegare lʼemergere del fenomeno campaniforme, avevano ipotizzato la presenza di un unico popolo migratore che a partire dalla bassa valle del Reno, dove resti di vasi campaniformi sono stati rinvenuti in contesti attribuibili al 2700 o 2600 a.C., avesse colonizzato la maggior parte dellʼEuropa [Alessandro Guidi, 2000. Preistoria della complessità sociale. Bari: Editori Laterza]. Ma in realtà lʼEuropa del terzo millennio aveva una densità di popolazione piuttosto scarsa, anche in zone privilegiate, per cui la pressione esercitata da uno o più popoli non pare essere una ragione sufficiente per spiegare il diffondersi della cultura dei Vasi Campaniformi [Richard J. Harrison, 1994. La cultura dei Vasi Campaniformi: 2600-1900 a.C., in Jean Guilaine, Salvatore Settis, 1994 (a cura di). Storia dʼEuropa. Torino: Einaudi, pp. 333-353]. Per di più un attento esame della documentazione archeologica indica la possibilità di isolare, in quello che veniva considerato un ambito apparentemente uniforme, diverse tradizioni particolari [Alessandro Guidi, 2000. Preistoria della complessità sociale. Bari: Editori Laterza]. Ad esempio, per il territorio che abbiamo preso in esame, sembra potersi evidenziare che non una unica direttrice è stata seguita, ma possiamo invece distinguere, in base allʼanalisi delle forme vascolari, almeno due diverse aree di influenza e di penetrazione degli elementi campaniformi: la prima si sviluppa dalla Francia meridionale e dalla Spagna e raggiunge il territorio italiano a partire dalla Liguria fino alla Lombardia occidentale; la seconda parte dallʼEuropa centro orientale (dalla Moravia e dalla regione attorno a Budapest) per toccare la Svizzera, la Val dʼAosta, la Lombardia orientale, lʼarea atesina e infine quella emiliana [Alessandra Aspes, Giovanna Bermond Montanari, Leone Fasani, 1988. La cultura del Vaso Campaniforme in Italia settentrionale, in AA.VV., 1988. Rassegna di archeologia 7/1988. Congresso internazionale: Lʼetà del Rame in Europa. Viareggio 15/18 ottobre 1987. Firenze: Edizioni allʼinsegna del Giglio, pp. 418-422].

È più facile allora collegare lʼemergere della cultura dei Vasi Campaniformi, piuttosto che allo spostamento di popolazioni, al formarsi invece di nuove concezioni che erano germogliate già allʼinizio dellʼetà del Rame, se non precedentemente, e che ora trovano una maniera per legittimarsi. Già Gordon Childe aveva messo in relazione la forma del bicchiere a campana con la prima diffusione, nel continente europeo, di bevande alcoliche, ponendo dunque lʼaccento su unʼideologia prettamente maschile fondata sul bere e sul combattere, tipica delle élites di questo periodo [Alessandro Guidi, 2000. Preistoria della complessità sociale. Bari: Editori Laterza]. Lʼimportanza della pratica conviviale del banchetto come atto di unione dellʼélite guerriera e al tempo stesso come suo privilegio è dʼaltronde confermata anche in culture posteriori, e lʼIliade (per citare un esempio illustre) ce ne dà spesso prova, rappresentando una società che si era sviluppata a partire forse da dinamiche già in atto durante lʼetà del Rame [Maria Teresa Guaitoli, 2004. La dimensione del guerriero, principe ed eroe attraverso le fonti letterarie e le testimonianze archeologiche, in Franco Marzatico, Paul Gleirscher, 2004 (a cura di). Guerrieri, principi ed eroi fra il Danubio e il Po dalla Preistoria allʼAlto Medioevo. Catalogo della mostra. Trento: Provincia autonoma di Trento, Castello del Buonconsiglio, Monumenti e Collezioni Provinciali, pp. 17-34].

Prima di questa fase aveva certo preso avvio un periodo in cui lʼunico modo per riuscire ad ovviare ad ogni pericolo era quello di distribuire il carico dei rischi tramite alleanze istituite forse a livello di clan. Queste alleanze dovevano di certo essere avvallate da garanzie, rappresentate, comʼè facilmente ipotizzabile, da matrimoni, scambi di cibarie e di rozzi oggetti preziosi, come coltelli di rame o tessuti. In tali circostanze forse poteva presentarsi per qualcuno lʼopportunità di ammassare una ricchezza maggiore o tessere relazioni più vantaggiose rispetto ad altri individui dello stesso clan, giungendo così a rivestire una posizione di potere. Era necessario allora che alcuni oggetti caratteristici, come vasi e asce di pietra, o magari bestiame, venissero scelti per rivestire un ruolo di prestigio, che fossero insomma considerati merci preziose, e che ci fosse poi unʼintesa riguardo ai vari modelli e al relativo valore. Dinamiche di questo genere dovevano già essere in atto prima del 3000 a.C. nellʼEuropa temperata settentrionale e prova ne sarebbe lʼemergere di fenomeni quali, per primo, quello dellʼAnfora Globulare e, in seguito, quello della Ceramica a Cordicella o delle Asce da Combattimento [Richard J. Harrison, 1994. La cultura dei Vasi Campaniformi: 2600-1900 a.C., in Jean Guilaine, Salvatore Settis, 1994 (a cura di). Storia dʼEuropa. Torino: Einaudi, pp. 333-353]. Anche la comparsa dei Vasi Campaniformi rientrerebbe dunque in questo discorso, collegandosi strettamente al delinearsi di concezioni nuove, basate su valori forti: il prestigio individuale, la ricchezza materiale e lʼimportanza delle attività belliche [Alessandro Guidi, 2000. Preistoria della complessità sociale. Bari: Editori Laterza].

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