L’età del Rame sull’Arco Alpino

I rituali funerari, gli insediamenti e lʼeconomia

Vado avanti con un discorso introduttivo sull’età del Rame e l’arco alpino.

I termini in cui la frequentazione umana si è attuata sullʼarco alpino durante lʼetà del Rame sono ricavabili, oltre che dallʼevidenza della statuaria antropomorfa, per lo più da testimonianze relative allʼambito funerario, di contro ad una generalizzata rarità di resti insediativi coevi. Troviamo il numero maggiore di sepolture concentrate tra i 200 e i 600 m di quota, in zone adiacenti ai fondi vallivi o alle prime pendici montane (non senza comunque rare eccezioni a quote più elevate) [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

Le tipologie ambientali vanno dalla grotticella di varie estensioni e talvolta provvista di concamerazioni interne più o meno articolate, al semplice riparo sotto roccia, o ancora al sito allʼaperto spesso collocato ai piedi di un versante roccioso e in presenza di sorgenti o piccole cascate o in luoghi comunque molto suggestivi. Questʼultima tipologia appare però quella più rara fra le tre [Raffaella Poggiani Keller, 1988. Lʼetà del Rame nellʼItalia settentrionale. Gli aspetti sepolcrali dellʼarea alpina centrale, in AA.VV., 1988. Rassegna di archeologia 7/1988. Congresso internazionale: Lʼetà del Rame in Europa. Viareggio 15/18 ottobre 1987. Firenze: Edizioni allʼinsegna del Giglio, pp. 401-411]. Nei ripari o alla base di versanti rocciosi compaiono, con una certa frequenza, sepolture addossate alla parete o delimitate da un recinto di pietre, talora ricoperto da cairn [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

A differenza delle necropoli di pianura, dove tra i riti funerari pare prediligersi lʼinumazione singola, e di cui Remedello costituisce forse lʼesempio più famoso, sullʼarea alpina (e insieme su quella appenninica) sembra prendere piede la pratica delle inumazioni collettive. Ciò avviene almeno a partire dallʼetà del Rame, visto e considerato che necropoli ad inumazione singola in cista, come quella di Vollein in Val dʼAosta, paiono doversi attribuire ancora alla cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, o comunque al periodo tardo Neolitico [Franco Mezzena, 1996. La Valle dʼAosta nel Neolitico e nellʼEneolitico, in AA.VV., 1996. Atti della XXXI Riunione Scientifica dellʼIstituto Italiano di Preistoria e Protostoria. La Valle dʼAosta nel quadro della Preistoria e Protostoria dellʼarco alpino centro-occidentale, Courmayeur, 2-5 giugno 1994. Firenze: Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria., pp. 17-127].

Le disparità nellʼambito dei riti funerari, per quanto più decise in alcune zone e più labili in altre quali il Veneto, il Trentino e lʼEmilia, dove coesistono le inumazioni singole e quelle collettive [Andrea Cardarelli, 1992. Le età dei metalli nellʼItalia settentrionale, in Alessandro Guidi, Marcello Piperno, 1992 (a cura di). Italia preistorica. Roma-Bari: Laterza, pp. 366-419], sono state collegate agli influssi contrapposti provenienti, da una parte, dalle aree dellʼEuropa occidentale, dove più diffuso è il rituale delle sepolture multiple, e, dallʼaltra, da quelle dellʼEuropa centro-orientale, dove predominano necropoli costituite da tombe ad inumazione singola. Questa interpretazione muove anche dallʼanalisi della composizione dei corredi funerari nelle inumazioni multiple in grotticella: qui abbondano infatti gli oggetti di ornamento e scarseggiano invece i pugnali in selce, al contrario di quanto si osserva nel caso dei corredi nelle deposizioni individuali, in cui frequenti sono le armi e difettano invece gli oggetti di ornamento. Pare dunque facile attribuire la differenziazione di rituali ad una divergenza di modelli culturali, piuttosto che a condizionamenti derivanti da specifiche caratteristiche ambientali [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

Oltre alle distinzioni riscontrabili in merito alle deposizioni funerarie e ai corredi che le accompagnano, anche il trattamento che viene riservato ai resti umani è piuttosto variegato: si passa dalla inumazione primaria, a quella secondaria, alla semicombustione, allʼincinerazione [Raffaella Poggiani Keller, 1988. Lʼetà del Rame nellʼItalia settentrionale. Gli aspetti sepolcrali dellʼarea alpina centrale, in AA.VV., 1988. Rassegna di archeologia 7/1988. Congresso internazionale: Lʼetà del Rame in Europa. Viareggio 15/18 ottobre 1987. Firenze: Edizioni allʼinsegna del Giglio, pp. 401-411].

Lʼinumazione primaria è attestata, oltre che nel già citato caso di Vollein [Franco Mezzena, 1996. La Valle dʼAosta nel Neolitico e nellʼEneolitico, in AA.VV., 1996. Atti della XXXI Riunione Scientifica dellʼIstituto Italiano di Preistoria e Protostoria. La Valle dʼAosta nel quadro della Preistoria e Protostoria dellʼarco alpino centro-occidentale, Courmayeur, 2-5 giugno 1994. Firenze: Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria., pp. 17-127], anche in altri siti più propriamente attribuibili allʼetà del Rame. Singolare è il caso trentino del Bersaglio dei Mori dove, alla base di un grande masso di crollo, sono comparsi, sotto quello che doveva essere un tumulo, i resti di sette individui per i quali è stata ipotizzata lʼappartenenza ad un unico gruppo familiare [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore]. Appare praticata in questo caso una sepoltura di neonato allʼinterno di un vaso, secondo un rituale finora attestato soltanto nella parte orientale dellʼItalia settentrionale (dove perdurerà fino al Bronzo antico) e talora giustificato con i probabili influssi derivanti dallʼarea danubiana e dallʼambito della cultura di Baden [Raffaella Poggiani Keller, 1988. Lʼetà del Rame nellʼItalia settentrionale. Gli aspetti sepolcrali dellʼarea alpina centrale, in AA.VV., 1988. Rassegna di archeologia 7/1988. Congresso internazionale: Lʼetà del Rame in Europa. Viareggio 15/18 ottobre 1987. Firenze: Edizioni allʼinsegna del Giglio, pp. 401-411].

La deposizione secondaria sembra pratica piuttosto diffusa allʼinterno delle sepolture in grotticella. Un esempio in questo senso ce lo può offrire il Buco della Sabbia di Civate in provincia di Lecco. È una cavità che si articola in un cunicolo che immette in una camera di forma grosso modo rettangolare. A sinistra di questʼultima si apre unʼaltra camera di forma allungata che, a sua volta, conduce ad una celletta subcircolare in cui si aprono un piccolo vano a pozzo e unʼultima camera. Sparsi nelle prime due camere e soprattutto nella celletta subcircolare sono stati rinvenuti manufatti e resti umani, ma di questi resti, le ossa risultavano ammassate in modo caotico, quasi fossero state spinte verso le pareti per lasciare posto a nuove deposizioni. Nel vano a pozzo comparvero numerose parti di crani e di ossa lunghe, appunto in evidente deposizione secondaria [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

Al rituale della deposizione secondaria va poi ricollegata la semicombustione dei resti, la quale pare documentata presso il Buco della Strega di Magreglio, in provincia di Como [Raffaella Poggiani Keller, 1988. Lʼetà del Rame nellʼItalia settentrionale. Gli aspetti sepolcrali dellʼarea alpina centrale, in AA.VV., 1988. Rassegna di archeologia 7/1988. Congresso internazionale: Lʼetà del Rame in Europa. Viareggio 15/18 ottobre 1987. Firenze: Edizioni allʼinsegna del Giglio, pp. 401-411].

Prova della pratica di cremazione dovrebbe infine essere una fossa rettangolare comparsa al Riparo Valtenesi di Manerba, sulla sponda occidentale del lago di Garda (Brescia), alla quale erano associati due vasi e una punta litica con tracce di esposizione al fuoco. Per quanto riguarda il Riparo Valtenesi, poi, un carattere decisamente di eccezionalità paiono presentarlo le «case dei morti» qui venute in luce: si tratta di quattro strutture lignee rettangolari, di circa due metri per uno, pavimentate con un acciottolato regolare. Una di esse ha conservato resti di legno carbonizzato. Queste strutture, che venivano periodicamente distrutte e sigillate con piattaforme di pietrame, contenevano ossa di vari individui non in connessione anatomica [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

Tracce di rituali funerari alquanto complessi e che radunano in un solo luogo tutti i tipi su elencati sono state evidenziate anche al Riparo Cavallino, a Villanuova sul Clisi, nel bresciano. Qui è stata recuperata una notevole quantità di resti umani riferibili a numerosi individui, la cui analisi ha indicato una forte incidenza delle ossa più piccole, come quelle delle mani e dei piedi, contrapposta ad una scarsa presenza di quelle lunghe, evidenze che hanno permesso di ipotizzare lo svolgersi di riti caratterizzati dalla periodica rimozione dei resti umani dal riparo, interpretato non come un semplice ambiente sepolcrale ma, probabilmente, quale luogo di culto in cui si veneravano gli antenati. Sembra che in un primo momento le ossa fossero collocate allʼinterno di cavità presenti sul fondo e lungo le pareti del riparo e che poi, successivamente, fra due muri costruiti nella zona centrale, fosse stata delimitata una camera principale di forma pressoché rettangolare. In prossimità di questa, in direzione nord, è comparso un cumulo di ossa, forse rimosse dalla camera durante lo svolgimento dei rituali funerari. Nella zona meridionale è invece stata evidenziata una concentrazione di ossa cremate che indica lo svolgimento di pratiche analoghe a quelle rilevate al Riparo Valtenesi di Manerba. Si tratterebbe in tal caso di un ulteriore punto di contatto fra i due siti, se gli indizi di possibili strutture lignee al Riparo Cavallino fossero anchʼesse da riferire ad una «casa dei morti» [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

Anche in base alle testimonianze funerarie, in questa zona, sembra di potere delineare un quadro fatto di comunità alpine numericamente poco consistenti e votate ad una certa mobilità, con un numero di individui, comunque, assai minore rispetto a quanto avviene nelle zone di pianura [Andrea Cardarelli, 1992. Le età dei metalli nellʼItalia settentrionale, in Alessandro Guidi, Marcello Piperno, 1992 (a cura di). Italia preistorica. Roma-Bari: Laterza, pp. 366-419].

Se ancora nel Neolitico i siti riferibili alla cultura dei Vasi a Bocca Quadrata parevano uscire dai ripari sotto roccia e conquistare le zone collinari, zone facilmente difendibili eppure in grado di sostenere comunità numericamente più consistenti, in seguito, almeno per la prima età del Rame, insieme ad un generale impoverimento delle forme ceramiche e delle sintassi decorative, si nota un ritorno massiccio allʼoccupazione dei ripari sotto roccia [Raffaele C. De Marinis, Annaluisa Pedrotti, 1996. L'età del Rame nel versante italiano delle Alpi centro-occidentali, in AA.VV., 1996. Atti della XXXI Riunione Scientifica dell'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. La Valle d'Aosta nel quadro della Preistoria e Protostoria dell'arco alpino centro-occidentale, Courmayeur, 2-5 giugno 1994. Firenze: Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, pp. 247-300].

Il riparo piemontese di Balmʼ Chanto, nella Val Chisone, ci offre un esempio di queste dinamiche. Per di più il sito pare essere stato frequentato solo come punto di appoggio durante la stagione favorevole, in connessione con itinerari di transumanza che si muovevano fra la valle, il versante e i pascoli dʼaltura. La prevalenza dei caprovini tra i resti faunistici non fa altro che confermare la pastorizia come attività principale. Lo stesso discorso vale per la caverna dellʼOrrido di Chianocco (610 m circa sul livello del mare) e per la grotta des Balmes di Sollières (1350 m sul livello del mare), entrambi siti frequentati stagionalmente in connessione a pratiche di transumanza [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

Fra gli insediamenti allʼaperto possiamo invece citare il caso, ancora piemontese, di Chiomonte, in località La Maddalena, a circa 730 m sul livello del mare, dove è stato individuato un abitato per il quale si potrebbe supporre una frequentazione prolungata per tutto lʼarco dellʼanno; oppure, questa volta in Lombardia, troviamo lʼabitato situato sulla collina del Castello di Breno, nella media Valcamonica, nel bel mezzo di una zona dunque ricchissima anche di testimonianze legate alla statuaria antropomorfa [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

Lʼeconomia e il sostentamento della collettività si basavano sullʼagricoltura (perlopiù cerealicola), sullʼallevamento di bovini e caprovini (anche per quello che riguarda la produzione di generi secondari), su quello di suini e persino, in queste zone, sulla caccia [Stefania Casini, 1994 (a cura di). Le pietre degli dei: menhir e stele dell'età del Rame in Valcamonica e Valtellina. Catalogo della mostra. Bergamo: Assessorato alla Cultura del Comune di Bergamo].

Le frequentazioni di siti di alta quota collegati a pratiche di allevamento transumante, di cui ho appena parlato, sono talora comprovate da tracce di disboscamenti e conseguenti ampliamenti della superficie erbosa. Erano gli stessi gruppi che conducevano gli animali ai pascoli estivi a praticare anche la caccia, come indicano la presenza di specie selvatiche tra i resti faunistici di alcuni siti e il rinvenimento di cuspidi di freccia, ad esempio, nella zona sommitale del Monte Aiona (in Liguria). Non è comunque improbabile che i disboscamenti siano da attribuire persino allo svilupparsi di pratiche agricole locali [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

Una mobilità accentuata, per quanto riguarda le comunità dellʼarco alpino, deve aver favorito lʼintensificarsi di incontri, scambi e, certamente anche di traffici. Lo testimonierebbe la presenza di oggetti di ornamento o prestigio (monili e armi) attestati in luoghi lontani rispetto alla loro zona di produzione o estrazione [Andrea Cardarelli, 1992. Le età dei metalli nellʼItalia settentrionale, in Alessandro Guidi, Marcello Piperno, 1992 (a cura di). Italia preistorica. Roma-Bari: Laterza, pp. 366-419].

Per citare un esempio concreto, lʼinsediamento di Monte Covolo a Villanuova sul Cisli, nel bresciano, anche se a onor del vero ci ha restituito testimonianze di unʼoccupazione che va dal tardo Neolitico fino al Bronzo medio, ha dato comunque prova di essere inserito in una rete di scambi assai vasta. Lo testimonierebbero la presenza nei ripari sepolcrali a lui connessi (il Riparo Cavallino e il Riparo Persi) di conchiglie marine, di selce proveniente dai Monti Lessini, nonché di altre materie prime non reperibili in loco, quali il marmo e la steatite con molta probabilità di origine ligure o piemontese [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

Lo scambio avveniva sia a livello di prodotti finiti sia a livello di materie prime, e verosimilmente lʼimportanza che andò assumendo la metallurgia e i benefici che dovevano derivare dallo sfruttamento dei giacimenti e dal commercio del rame (grezzo o lavorato) ebbero un ruolo fondamentale nelle scelte insediative. Non a caso la distribuzione stessa della statuaria antropomorfa è stata da molti collegata alla presenza nel territorio di risorse minerarie quali oro, argento, rame, stagno, salgemma. Secondo alcuni studiosi, questi monumenti, isolati o in gruppi, verrebbero a concentrarsi di regola lungo certi grandi itinerari che coinvolgono tutta quanta lʼEuropa, dal Mar Nero sino alle coste atlantiche [Franco Mezzena, 1998. Le stele antropomorfe in Europa, in AA.VV., 1998. Dei di pietra: la grande statuaria antropomorfa nellʼEuropa del III millennio a.C. Milano: Skira, pp. 14-88].

La lavorazione del metallo è ipotizzabile attraverso la comparsa di tracce di attività estrattive e fusorie, come ad Acquaviva di Besenello (Trento) dove, a ridosso di una parete rocciosa, è stata evidenziata una sequenza stratigrafica in cui, al di sopra dei livelli mesolitici, è comparso un orizzonte eneolitico con elementi strutturali di notevole interesse: un concotto, base di un forno fusorio, era adiacente ad una piccola cista composta da lastroni di roccia, accanto alla quale è stato ritrovato un ugello in terracotta. Dallo stesso livello provengono inoltre scorie di fusione e blocchi di roccia metallifera ricavata da giacimenti locali. Fatto da evidenziare è che, a ridosso della parete rocciosa, nelle adiacenze della prima cista, ne è comparsa unʼaltra, rettangolare, di dimensioni minori, formata da blocchi di pietra, la quale conteneva i resti sconvolti di una sepoltura femminile accompagnati da cuspidi di freccia e da un pugnale litico di forma fogliata [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

Ancora nel Trentino, intense attività fusorie sono attestate al Riparo Gaban in una struttura seminterrata addossata alla roccia. Anche a Romagnano è venuto in luce un residuo di fondo di forno fusorio, costituito da una superficie di concotto rossastro, poggiante su un letto di scorie di fusione; accanto ad esso, in un leggero affossamento pieno di carboni, sono stati ritrovati frammenti ceramici e un ugello [Daniela Cocchi Genick, 1996. Manuale di preistoria. III. Lʼetà del Rame. Firenze: Octavo – Franco Cantini Editore].

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